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dal 25 agosto 2022 ore 18:00 al 25 novembre 2022 ore 23:30

Exhibition Part 1

Questo evento è collegato alle sezioni: Mostre

Mostra alla Guzmán Gallery

La mostra Exhibition Part 1 inaugura l’apertura della Guzmán Gallery Art & Drinks; una galleria d’arte contemporanea con annesso cocktail bar e, in autunno, una piccola cucina che offrirà alla sua clientela una selezione di “mezze” (antipasti in italiano) libanesi.
L’idea vuole proporre un alternativa alle solite gallerie; un luogo dove potersi trattenere più a lungo sorseggiando un cocktail o un bicchiere di vino circondati da arte e bellezza.
L’arte non e’ solo riferita ai dipinti alle pareti o alle sculture esposte, ma a un senso ben più ampio del termine: i bicchieri sono cristalli Art D’eco’ degli anni 20, le posate in argento di Gio Ponti da un design del 1932, i piatti porcellane anche queste Art D’eco’ dei primi del 900.
L’Arte è presente anche nelle proposte sul menu, dai cocktails alla cucina che verrà presto aperta. Il suono, invece, nasce da uno studio di Bang & Olufsen, azienda danese leader nell’industria del suono high end, che ha collaborato al progetto con entusiasmo perché non vi è un altro locale pubblico in Sardegna che abbia investito sulla qualità del suono con le loro BeoLab 18 e solamente tre in tutta l’Italia.
Exhibition Part 1 e’ curata dal bravissimo critico e curatore Ivo Serafino Fenu, professionista indipendente, rispettabile, autorevole, libero, nonché feroce nelle sue opinioni, capace di tracciare una linea netta tra ciò che e’ bello e ciò che non lo e’, ciò che è Arte e ciò che non lo è, impresa complicata e coraggiosa in un mondo dove, in questi ultimi anni, vige un marasma di proposte e confusione. 
 
Sotto la stella di San Domenico di Guzmán, nella piazza dedicata al santo e nel cuore dello storico quartiere cagliaritano di Villanova apre i battenti la Guzmán Gallery, Art & Drinks: una galleria dedicata all’arte contemporanea che, insieme, vorrebbe scardinare le consuete categorie del mercato dell’arte e della sua fruizione. Un esperimento pressoché unico in Sardegna ma che si sta radicando nelle principali capitali europee, volto a favorire la socialità in una fase di iper-virtualità indotta dal confinamento pandemico, un atto di rottura per un confronto reale all’insegna della sperimentazione artistica contemporanea davanti, ovviamente, ai migliori drinks della città.
 
Nella proposta della Guzmán Gallery vi è, tuttavia, un ulteriore elemento di novità. L’offerta espositiva sarà imperniata prevalentemente sulla Collezione Mameli, una collezione privata focalizzata fino a ora sulla produzione e sui percorsi estetici delle nuove generazioni di artisti sardi ma che si sta arricchendo con nuove acquisizioni di importanti firme dell’arte nazionale e internazionale. Un interessante confronto tra gusto e “tentazione” per una figura fortemente attuale e necessaria qual è quella del collezionista/mecenate privato, nella fattispecie Ruggero Mameli.
 
Quello del collezionista è, del resto, un ruolo che sta mutando e che lo rende una sorta di influencer narcisista al quale è stato demandato, con le sue scelte selettive, il compito di “ordinatore del caos”. Contestualmente, promuovendo e divulgando l’opera di artisti più o meno giovani e attraverso un rapporto sempre più osmotico con le istituzioni museali pubbliche e private, il collezionista diviene garante della qualità delle opere e degli stessi artisti: insomma, assieme al museo, al gallerista e al critico, egli assurge al ruolo di opinion leader, un punto di riferimento culturale e finanziario che va ben oltre la semplice soddisfazione di una tentazione.
 
Ciò che tenta o che ha tentato fino a ora Ruggero Mameli è stata una produzione artistica dalla chiara impronta figurale, segnata da una pratica “antica” per soggetti dalla forte connotazione contemporanea e in linea con una tendenza che solo di recente sta coagulandosi sotto un profilo critico strutturato. Artisti legati da un idem sentire, seppur modulato in forme e approcci affatto differenti, caratterizzati da una potente autoreferenzialità che fa dell’Io, esibito e ostentato, il fulcro stesso della ricerca. Con la loro soggettività disarticolata, sono impietosi e feroci nel rispecchiare la dimensione dell’indicibile sociale e della deriva collettiva che si insinua nella zona d’ombra della rimozione e del non detto, il cui velo, solo all’arte è dato squarciare.
 
In tale prospettiva obliqua e depistante si muove la mostra inaugurale della Guzmán Gallery, a partire da tre proposte perlomeno eccentriche nel panorama artistico isolano quali quelle di Pietrolio (Pietro Sedda), di Graziano Salerno e di Greta Frau (Aldo Tilocca). Pietrolio, con l’opera Zovirax (2002), sintetizza tutta la pregnanza e l’ambiguità del concetto stesso di “tentazione”. Su una tovaglia incerata e prestampata con un profluvio di fragole incombe un grande volto, anch’esso macchiato e marchiato dal frutto tentatore: un segno greve per un soggetto ambiguamente mefistofelico del quale colpiscono i suoi occhi ridenti e fuggitivi ma, in realtà, beffardi ed enigmatici, fatalmente allertanti.
 
Graziano Salerno con le sue Storie del cortile infinito o fiaba della bambina e di Gesù (1985), in bilico tra una precoce adesione alla Transavanguardia e a mai sopiti echi surrealisti, trova forme consone al concretizzarsi delle sue pulsioni più profonde: un’affabulazione continua che rimanda a una dimensione perduta, a un’innocenza infantile e a un luogo “altro” che, tuttavia, evoca e manifesta, anticipandole, le fobie e i tabù della realtà tecnocratico-repressiva odierna.
 
Greta Frau o, meglio, il fenomeno “Greta Frau”, è stata un’operazione culturale improntata sulla sorpresa, sullo spiazzamento e supportata da un disinvolto approccio situazionista: una finzione letteraria che celava il pennello di un insuperato alter ego. La serie delle Trance, ritratti a olio di piccolo formato, immortala ambigue “compagne di classe” gender fluid, tutte rigorosamente in camice nero e colletto bianco, tutte simili, dal cipiglio severo e arcigno e tutte così fortemente caratterizzate da risultare pervasive e ipnotiche nel loro fiamminghismo contemporaneo.
 
In tale orizzonte, allo stesso tempo tentacolare e claustrofobico, sembrano abitare e muoversi anche le figure spettrali che popolano le opere di Silvia Mei, espressionisticamente aggressive, ieratiche e liturgiche, di una liturgia che sconfina in una sorta di sabba postmoderno capace di trasformare le tentazioni in incubi: una bad painting per soggetti altrettanto cattivi, brutale e onirica, specchio impietoso nel quale si riflette il nostro lato oscuro, quello inconfessabile e inconfessato.
 
Colta, citazionista e perturbante è, invece, la pittura proposta da Giuliano Sale, nella quale la decadenza della carne, la decomposizione del materiale organico di baconiana memoria, si ricompone in una sintesi neocubista finalizzata a narrare una desolante e crudele attualità: disfacimento delle carni e ricomposizione delle forme, per un party anfetaminico ossessivamente e ciclicamente rivissuto nel palcoscenico della vita.
 
Solitaria e differente l’opera di Roberto Fanari, ambigua nel suo essere e non essere scultura. D’ombre, di trasparenze e di vuoti sono le numerose figure umane presenti nella collezione Mameli, tra sospensione metafisica e grafismo orientale, tra immanenza e assenza. Immobili e solipsistiche, ricomponibili in improbabili gruppi familiari dominati da una devastante incomunicabilità di corpi, sono vacui esoscheletri di un’umanità perduta.
 
Infine Pastorello, col suo mondo visivo inesauribile e perennemente in fieri, che può permettersi di rinunciare alla prassi pittorica recuperandola, paradossalmente, col cellulare e con le sue App restando coerentemente sé stesso. Prendendo spunto da frammenti di realtà fissati da appunti fotografici Pastorello implementa la sua galleria di ritratti anamorfici che catturano la nostra attenzione e ci interrogano col loro sguardo inquisitorio e sfrontato. E sarà la sua Madonnina, presente in mostra, irriverentemente androgina, virginale ed efebica, in bilico tra un’ipnotica immaginetta post-moderna e una “mutante” della Marvel a proteggere, col suo giglio bianco (attributo iconografico anche di San Domenico), la nuova Guzmán Gallery e i suoi progetti futuri, nati, sicuramente, sotto una buona stella.

Cartina della città
  • Guzmán Gallery Art & Drinks

    Via San Domenico, 94 - Cagliari

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